giovedì 1 marzo 2012

“Quel carabiniere è l’Italia migliore”



Berlusconi: “Bravissimo Carabiniere, è l'Italia migliore. Ha dimostrato abisso con chi usa invettive per seminare odio". Silvio Berlusconi plaude al comportamento del Carabiniere che non ha reagito alle offese dei manifestanti no-Tav. "Ringrazio e faccio i più sinceri complimenti al bravissimo Carabiniere - ha sottolineato in una nota il leader del Pdl - che in Val di Susa ha dimostrato la differenza tra chi fa sempre il proprio dovere per il bene comune e chi sa solo insultare, l`abisso esistente tra chi ama l`Italia e ha il senso dello Stato e chi invece usa le invettive e la piazza per seminare odio e violenza". "Bene ha fatto - ha aggiunto l'ex premier - il comandante dell`Arma, generale Gallitelli, a premiare la professionalità e la compostezza di quel militare con un encomio solenne. Una volta di più, lo Stato ha fatto lo Stato: in quel carabiniere abbiamo ritrovato l`Italia migliore, in cui ci riconosciamo".

''La speranza dell'Italia poggia sullo sguardo di quel Carabiniere che, in val di Susa, non ha ceduto alle meschine provocazioni di uno pseudo manifestante, facendo il proprio dovere fino in fondo per tenere alto l'onore e la dignita' del popolo italiano e delle sue istituzioni. Piena solidarieta' all'Arma dei carabinieri e a quanti svolgono con dedizione la tutela dell'ordine pubblico in val di Susa, teatro, nelle cronache recenti, di manifestazioni violente contro la decisione pienamente democratica di ospitare sul nostro territorio una moderna infrastruttura di trasporto''. Lo afferma il segretario politico nazionale del Pdl, Angelino Alfano.

Le parole di Berlusconi e Alfano riassumono bene il pensiero di tutto il Pdl, piena solidarietà alle forze dell'ordine che ancora una dimostrano di essere il fiore all'occhiello della nostra Repubblica.

Evasori: Monti si prende i meriti del governo Berlusconi


I dodici miliardi di evasione fiscale recuperati da Monti nel 2011? Fermi tutti e giù le mani. La somma è corretta, ma il merito è del governo Berlusconi, che è rimasto in carica fino a metà novembre dell'anno scorso, e in fatto di contrasto all'evasione ha fatto più di ogni altro governo nella storia d'Italia.

Piuttosto, è corretto dire che il governo Monti sta solo portando avanti, con diligente continuità, un lavoro meritorio quanto difficile del governo precedente. I numeri parlano da soli. Eletto nel 2008, il governo Berlusconi ha subito alzato l'asticella del contrasto all'evasione, che con l'ultimo governo Prodi (2007 e 2008) aveva portato a casa poco più di 6 miliardi l'anno di evasione recuperata. Nel 2009 il recupero è balzato a 9,1 miliardi, è salito a 10,5 nel 2010 ed ha toccato i 12 miliardi nel 2011 (anno in cui Monti ha governato di fatto per un  solo mese).

Il governo Berlusconi ha non solo contrastato l'evasione delle tasse, ma anche quella dei contributi previdenziali, mettendo a disposizione  un pacchetto di leggi che hanno agevolato i compiti degli uffici preposti alla riscossione. In questo modo, tra il 2009 e il 2010 sono stati recuperati alle casse dello Stato 33,6 miliardi di euro tra Agenzia delle entrate, Inps ed Equitalia. 

Da notare che solo nei primi tre mesi del 2011 la lotta all'evasione ha fruttato 3,1 miliardi, pari al 12,5 per cento in più rispetto al primo trimestre 2010. Proiettati su scala annuale, i 3,1 miliardi del primo trimestre sono diventati i 12 miliardi di cui ieri si è vantato il professor Monti.

Quello del forte contrasto all'evasione è un merito che la sinistra, spalleggiata dai media, non ha mai riconosciuto al governo Berlusconi.

Per la sinistra e per i suoi giullari televisivi, Berlusconi:
-         non poteva avere scoperto 800 mila falsi invalidi in due anni. Ma lo ha fatto;
-         non poteva avere riportato in Italia 104,5 miliardi con lo scudo fiscale. Ma lo ha fatto;
-         non poteva avere posto fine alla pacchia dei paradisi fiscali, considerando evasione  le attività finanziarie ivi detenute. Ma  lo ha fatto;
-         non poteva coinvolgere i Comuni nel contrasto all'evasione. Ma lo ha fatto;
-         non poteva introdurre l'obbligo della fattura elettronica per i pagamenti superiori a 3.600 euro. Ma lo ha fatto;
-         non poteva vietare i pagamenti in contanti sopra i 5 mila euro. Ma lo ha fatto;
-         non poteva sciogliere 15 mila cooperative fantasma. Ma lo ha fatto.

Così come ha varato decine di altri provvedimenti che hanno consentito di servire su un piatto d'argento 12 miliardi di maggiori entrate al governo Monti. Ora il professore della Bocconi  ha scoperto che i sondaggi premiano l'immagine del governo grazie ai blitz della Guardia di Finanza, da Cortina alle vie dello shopping delle grandi città.

E per questo ha deciso di alzare l'asticella, per superare i 12 miliardi del 2011, che sono un merito del governo Berlusconi. Se ci riuscirà, lo vedremo tra un anno. Per intanto, vi è da registrare che la continuità con il governo Berlusconi paga. Eccome se paga!

venerdì 24 febbraio 2012

Credito alle imprese, la vera emergenza



L’allarme recessione lanciato ieri da Bruxelles, con previsioni di un crollo del Pil italiano dell’1,3% nel 2012, non fa che confermare le preoccupazioni espresse da Alfano nella sua recente intervista al Tg5.
Le aziende, in particolare quelle piccole e medie, soffrono di mancanza di liquidità e il segretario del Pdl ha indicato al governo le due strade maestre da battere al più presto per ridare fiato al nostro sistema produttivo: “Trovare un sistema per pagare i debiti alle imprese creditrici dello Stato, esattore velocissimo e pagatore lentissimo” e poi fare in modo che “le banche facciano la loro parte” redistribuendo in parte i denari elargiti dalla Bce a un tasso dell’1% per tre anni.
Gli ultimi dati, attendibili poichè provengono dalle fonti più diverse (Prometeia, Cer,  Cgia di Mestre, Unioncamere) parlano di 25mila piccole e medie imprese che rischiano di fallire per mancanza di liquidità, bruciando oltre 600mila posti di lavoro. Sono un terzo del totale quelle che ottengono meno credito del richiesto o non lo ottengono affatto, mentre le più fortunate pagano interessi raddoppiati negli ultimi tre mesi.
Si marcia verso un sostanziale azzeramento degli investimenti da parte delle piccole e medie imprese, che pure sono la spina dorsale di questo paese.
Andando al primo snodo indicato da Alfano, le aziende sono creditrici della pubblica amministrazione per una cifra enorme, che oscilla tra i 70 e i 100 miliardi. Una liquidità che vale due manovre finanziarie e che può essere sbloccata solo in piccola parte, che già sarebbe qualcosa. Il governo intanto può operare celermente in direzione di un provvedimento che consenta la certificazione di quei crediti, che così potrebbero essere portati in garanzia alle banche.
Eccoci dunque al secondo snodo. Gli imprenditori lamentano di non aver visto un solo centesimo dei 116 milioni di euro che gli istituti di credito hanno potuto drenare dalla Banca Europea. Alle prese anche con il rigore patrimoniale imposto dalle autorità comunitarie, le banche hanno utilizzato la maggior parte di quei soldi per riacquistare vecchi bond deprezzati e da loro stessi emessi (con buon guadagno e perdite per gli investitori), per acquistare titoli di  Stato o per parcheggiare quella liquidità nei forzieri della stessa Bce.
Fioccano le lamentele per fidi bloccati, richieste di rientro da un giorno all’altro, costi del denaro proibitivi. La Bce a breve riaprirà i forzieri ai quali le banche potranno attingere almeno altri 60 miliardi.  Occorre vigilare perché questa volta la liquidità vada verso il mondo produttivo. Il governo, dove gli ex-banchieri non mancano, si muova. Senza soldi non c’è sviluppo e la crescita, quella vera, non si fa liberalizzando i taxi e nemmeno le farmacie. Ci vuole qualcosa di più di un’aspirina a prezzo scontato per rimettere in moto il sistema produttivo.

lunedì 20 febbraio 2012

Dal Pci al Pd: vent’anni di strabismo


La fine della prima Repubblica fu determinata dall'implosione di un intero sistema politico e dalla caduta del Muro di Berlino, e non c'è da meravigliarsi se fu l'Italia, che della Guerra fredda era stata l'avamposto democratico - avendo in casa il più grande partito comunista dell'Occidente - a pagare il prezzo più alto di quello sconvolgimento epocale.

Neppure la Germania, che pure aveva visto ergere il Muro come una ferita storica dentro la sua vecchia capitale, dopo l'89 ha vissuto una transizione drammatica come la nostra, nonostante le inchieste che investirono il partito di governo e il leader che l'aveva guidata all'unificazione. Lì il sistema resse, qui invece la furia giacobina allestì un immenso piazzale Loreto giudiziario che spazzò via tutta la classe politica che aveva mantenuto il Paese nella rotta delle grandi democrazie liberali. A scampare alla bufera furono i figli politici di Berlinguer, sotto il comodo ombrello della diversità etica, e la sinistra Dc, che del Pci era stata la sponda politica nella stagione del consociativismo. Anche questo è stato uno degli elementi dell'anomalia nazionale di cui tanto si parla, perché la storia di solito la scrivono i vincitori, mentre in Italia gli unici a sopravvivere politicamente al crollo delle ideologie furono gli sconfitti.

La sinistra era a pezzi, esattamente come i partiti che sparirono di scena, ma usò cinicamente come puntello un corpo dello Stato - l'ordine giudiziario - per presentarsi agli Italiani con una fedina pulita, grazie anche all'amnistia dell'89 che era stata generosamente concessa al Pci.

A venti anni di distanza dall'arresto di Mario Chiesa, non si può dimenticare la genesi di Tangentopoli se si vuol analizzare la questione morale che ancora attanaglia una parte della politica, e che ha investito pesantemente anche il Pd, il quale sta pagando tutti insieme gli errori e le furbizie degli ultimi venti anni, i conti non fatti con la storia e la pretesa di restare sulla cattedra di una superiorità politica e morale che è solo una leggenda sapientemente alimentata dal circuito autoreferenziale dell'egemonia culturale. Bisogna ribadire, una volta per tutte che, se è vero che il sistema dei partiti democratici crollò sotto il peso dei finanziamenti illeciti, è vero anche che l'origine di questa deriva andava ricercata nei flussi costanti di denaro che da Mosca giungevano incessantemente nelle casse del Pci, in parte direttamente, in parte attraverso le cooperative rosse, e che i competitori dovettero adeguarsi per non soccombere. Ma questo ormai appartiene alla storia.

Il problema è che Mani pulite fu un'operazione troppo parziale e troppo strabica per risolvere alla radice un problema che era e resta eminentemente politico, e che soltanto la politica potrà risolvere. Il "trattamento speciale" che alcune Procure stanno riservando a Berlusconi da quando è sceso in politica è l'emblema stesso di una giustizia politicizzata che non persegue i reati, ma costruisce teoremi indimostrabili e li porta in fondo costi quel che costi.

E' questo il macigno più pesante da rimuovere per salvaguardare l'equilibrio tra i poteri dello Stato ripetutamente alterato dalle incursioni delle toghe rosse, incursioni che hanno più volte condizionato e alterato la stessa volontà popolare. Si tratta di una fondamentale questione democratica, importante come la lotta alla corruzione che costituisce ancora un fenomeno diffuso, ma non più sistemico come ai tempi di Tangentopoli.

giovedì 16 febbraio 2012

Priorità alle riforme





Premesso che nessuno ha la bacchetta magica, e quindi neanche Monti, tanto che il giorno dopo il suo trionfale discorso al Parlamento europeo lo spread è risalito sopra i 400 punti, i partiti hanno comunque il dovere di difendere il loro insostituibile ruolo democratico per dimostrare che la politica è in grado di guardare al futuro anche in questo momento di "vacatio" tecnica. Inutile dire che il banco di prova più probante per tutte le forze politiche è il percorso delle riforme, che però è ancora da costruire nonostante la sbandierata buona volontà manifestata nella girandola di incontri trasversali in atto.
Il Pd, intanto, deve chiarirsi le idee, visto che i suoi dirigenti parlano spesso lingue diverse.

Ieri, ad esempio, Enrico Letta ha detto che si deve trovare un testo condiviso della nuova legge elettorale entro Pasqua "o non ci saranno i tempi per approvarla", mentre Violante la riforma elettorale non potrà vedere la luce prima del prossimo autunno. Entro l'estate ci sarebbe la prima lettura in una delle due Camere della riforma costituzionale e poi, alla ripresa dei lavori parlamentari, a settembre, l'altro ramo del Parlamento approverebbe il ddl costituzionale in seconda lettura.

A questo punto le Camere potrebbero approvare la riforma della legge elettorale. Successivamente, a distanza di tre mesi dalla prima lettura, Camera e Senato potrebbero procedere all'approvazione definitiva del disegno di legge di riforma costituzionale. Mancando poco più di un anno alla fine naturale della legislatura, il ragionamento sui tempi è evidentemente basilare, ed è essenziale ricercare al più presto un denominatore comune sia sulla nuova architettura istituzionale che sulla legge elettorale.
Per il momento, l'accordo sembra più vicino sul primo punto: fine del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, sfiducia costruttiva, possibilità del premier di nominare e revocare i ministri e di chiedere al capo dello Stato lo scioglimento delle Camere.

Più in salita appare invece il percorso della legge elettorale, rispetto alla quale Pdl e Pd hanno trovato una convergenza di base sul fatto che non si dovranno reintrodurre le preferenze, fonte di spesa e di corruzione.
Il Pdl, inoltre, ha rinunciato a riproporre il premio di maggioranza, mentre il Pd ha riposto nel cassetto il sogno del doppio turno alla francese. Per tutto il resto ognuno ragiona legittimamente sulle proprie convenienze e sulle possibili future alleanze.
Per agevolare la soluzione andrebbe sgombrato il campo da alcuni pregiudizi "ideologici", a partire da quello secondo cui il sistema proporzionale avrebbe effetti letali per la conversazione del bipolarismo.
Sarà il caso di ricordare, a questo proposito, che il massimo della frammentazione politica è stato raggiunto ai tempi del Mattarellum, con 27 gruppi presenti in Parlamento. In realtà, un sistema proporzionale con una significativa soglia di sbarramento è in grado di favorire il mantenimento del bipolarismo senza imporre preventivamente la scelta di alleanze forzose.

domenica 12 febbraio 2012

PDL a congresso, appuntamento domenica 12 febbraio



Domenica 12 febbraio si terrà il 1° Congresso Provinciale de Il Popolo della Libertà - Bergamo. L'appuntamento avrà luogo dalle ore 9.00 alle ore 23.00 presso la Fiera di Bergamo.

Durante il Congresso verrà eletto il nuovo Coordinatore del PDL bergamasco e con lui il nuovo Coordinamento. I candidati al ruolo di Coordinatore sono:
- Angelo Capelli
- Enrico Piccinelli
Le mozioni programmatiche dei due candidati sono a disposizione all'indirizzo www.pdlbergamo.com. Le operazioni di voto avranno luogo a partire dalle 11.00. Il Presidente del Congresso sarà l'Onorevole Osvaldo Napoli.

venerdì 3 febbraio 2012

Giustizia, un voto contro gli intoccabili



Solo pochi giorni fa, in occasione delle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario – sempre gli stessi drammatici dati sull’accumulo dell’arretrato dei processi, oltre 9 milioni tra civili e penali – le massime autorità centrali e locali si felicitavano per il “nuovo clima” creato con l’arrivo al potere del governo “tecnico”, ribadendo, più o meno implicitamente, che con il precedente governo era impossibile collaborare.
Facendo finta che, tecnico o non, il governo, nel vigente sistema costituzionale, deve avere il consenso del Parlamento, il voto con cui ieri la Camera ha approvato un emendamento che stabilisce la responsabilità civile dei giudici, ha fatto lanciare all’Associazione nazionale magistrati (Anm) il solito grido di dolore che prorompe quando si tocca un nervo scoperto.
Gli “intoccabili” hanno subito minacciato lo sciopero. I giudici non possono e non devono essere giudicati.
Anche quando – è successo sempre ieri – è stata esclusa l’obbligatorietà del carcere ai responsabili del reato di stupro, se questo è stato consumato da un gruppo, rovesciando l’aggravante dell’associazione per delinquere, che in questo caso viene considerata un’attenuante.
Il Governo, dopo il voto della Camera, vorrebbe correre ai ripari al Senato. Non può affrontare una guerra su due fronti: con i sindacati sulla riforma del diritto del lavoro e con i magistrati sulla responsabilità civile dei giudici.
Ma c’è un particolare: il Senato è uno dei due rami del Parlamento e gode degli stessi, identici poteri della Camera.

 
Curiosa la reazione del Partito democratico: si è subito schierato con i magistrati (qualcuno potrebbe pensare che ciò è legato alle numerose inchieste che coinvolgono alcuni suoi esponenti, da Milano alla Basilicata) forse perché si propone di cedere qualcosa sul fronte del diritto del lavoro, ritenendo che i sindacati dei lavoratori siano più addomesticabili del sindacato dei magistrati.
Ma il problema resta intatto: il Parlamento può o non può fare le leggi che riguardano tutto l’ordinamento giuridico nazionale, salvo la costituzionalità da accertare?
Un problema che deve riguardare anche i partiti, perché sono essi, in base alla Costituzione, che consentono l’elezione dei parlamentari.
La presa di posizione dell’Anm non solo va a toccare le prerogative del Parlamento, ma potenzialmente delegittima i partiti politici; e con le elezioni politiche che, al massimo, si svolgeranno tra un anno, conviene ai partiti farsi ulteriormente delegittimare? A parte il dettaglio che essi si auto-delegittimano quando emergono irregolarità nella gestione dei fondi pubblici che incassano.